Referendum, le banche e un bail-out da 20 miliardi. Articolo di Peter Rosenstreicht e Yann Quelenn

Peter Rosenstreich

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Gli elettori italiani andranno a votare domenica in un momento di grande incertezza politica in Europa. La vittoria del Si verrebbe letta come un mandato pieno al Premier Renzi per continuare a promuovere le riforme in Italia mentre un No sarebbe inequivocabilmente interpretato come aver inserito la retromarcia nel processo di cambiamento e trasformazione in atto nel Paese e contribuirebbe a rafforzare il Movimento Cinque Stelle oltre che deragliare la già fragile ripresa economica. Alla luce dei disastri sulle previsioni dei sondaggi già visti in occasione della Brexit e delle elezioni Usa, la sfiducia complessiva degli investitori verso questi strumenti di analisi predittive e sulla loro capacità di essere verosimili sta contribuendo ad innalzare la volatilità. La BCE è pronta ad intervenire negli acquisti di Btp qualora i rendimenti dovessero salire in maniera eccessiva così come lo è la Banca Nazionale Svizzera ad intervenire sul mercato dei cambi per tamponare un’eventuale rapida discesa dell’euro contro il franco svizzero. In linea con questo clima, i mercati stanno cercando di trarre gli aruspici riguardo le implicazioni che i due opposti esiti potrebbero apportare e pur tuttavia noi crediamo che il rischio sia asimmetrico. Mentre la prevalenza dei Si verrebbe visto come un voto di fiducia verso l’Unione Europa, un No al contrario rappresenterebbe un grosso passo avanti verso la dissoluzione dell’euro. Sui mercati finanziari è risaputo che il voto verrà analizzato anche e soprattutto per le implicazioni che potrà avere sulle banche italiane: un Si manterrebbe sulla carreggiata il piano benedetto dal Governo per tenere in vita le banche – zombie del Paese, ormai a corto di fondi e con un ammontare destabilizzante di crediti inesigibili. D’altra parte crediamo che anche nell’eventualità che i No vincano non ci sarà l’apocalisse. Anche noi crediamo che il No in questo momento potrebbe prevalere, non tanto per quello che dicono i sondaggisti, quanto perché riteniamo che vi siano tutti i presupposti per un voto di sfiducia verso lo status-quo, come Brexit e Trump hanno mostrato. La sovranità nazionale sta tornando ad essere un tema importante e caro agli elettori e le ragioni del Si sono ormai ritenute come un primo movimento verso quelle riforme che potrebbero concedere ancora maggior potere all’Unione. Dal punto di vista economico la situazione è molto delicata in quanto dal 2007 la disoccupazione in Italia è cresciuta dal 5,96 all’11,52% anche se da un anno il mercato del lavoro è in miglioramento. Gli italiani vanno in pensione a 66 anni e temono che questo traguardo possa nuovamente allontanarsi. I mercati finanziari sono calmi al momento perché, come detto, i sondaggi hanno sempre sbagliato quest’anno, cionondimeno i rendimenti sui titoli italiani si stanno rialzando proprio su questi timori crescenti. Qualora prevalesse il No, lunedì potremmo assistere ad uno spike di volatilità sui titoli delle banche italiane che vedrebbero allontanarsi le possibilità di un bail-out. Le tensioni nell’Eurozona sono destinate ad aumentare e questo certamente porterà pressioni al ribasso sulla moneta unica. Eppure crediamo che la tempesta di mercato non durerà a lungo poiché l’Europa ha bisogno di coesione. Un ulteriore bail-out delle banche italiane è molto probabile e l’Europa dovrebbe agire in ogni caso a prescindere dall’esito del referendum in questa direzione. E’ ormai assodato che le banche italiane necessitano di un bail-out di circa 20 miliardi di euro per poter restare a galla. Occorre poi aggiungere che, qualsiasi sarà l’esito della consultazione popolare, il risultato non sarà definitivo poiché è successo molte volte nei decenni scorsi che i governi abbiano oltrepassato le decisioni dell’elettorato. Quindi lunedì non aspettatevi l’Apocalisse e qualunque sia il risultato, non farà che anticipare il fatto che le negoziazioni con l’Europa saranno ancora più complicate e che i cittadini sono tutt’altro che pronti a concedere una parte della loro sovranità alla causa comune europea. Italian banks ‘too big to fail’ L’economia italiana si è contratta del 10% dall’inizio della crisi finanziaria rendendo estremamente difficoltoso per le banche sia generare nuovi profitti, sia liberarsi dei crediti inesigibili. Per quanto non vi siano dubbi che esista una questione di solvibilità per le banche italiane portata all’evidenza con la bancarotta delle quattro piccole banche lo scorso anno, è assai improbabile che Governo italiano ed europeo possano lasciare fallire qualche grosso istituto. Ci sono già discussioni in corso sul fatto che Bruxelles stia proponendo un’offerta del 20-30% dei crediti inesigibili e, per quanto si tratti di un hair-cut notevole, per lo meno consentirebbe alle banche di liberare i libri contabili da queste zavorre. Per archiviare l’epoca dei ‘too big to fail’, i policymakers stanno per mettere in campo nuove iniziative atte a salvaguardare i risparmi dei cittadini europei e a prevenire una nuova crisi finanziaria. Prendendo in considerazione l’ipotesi (secondaria) di una prevalenza del Si possiamo affermare con una certa sicurezza che i titoli bancari italiani non potranno che strappare al rialzo e così pure potrebbe accadere sugli indici europei e sull’Euro. Abbiamo dunque costruito un portafoglio di titoli bancari italiani che secondo noi dovrebbero rientrare nelle idee di trading nell’eventualità che passasse la legge di riforma della Costituzione. Sono titoli selezionati sia sulla base dei prezzi estremamente scontati che presentano, sia sulle nostre aspettative che vi saranno diversi bail-out nel prossimo futuro per la maggioranza delle banche italiane.

Peter Rosenstreicht (Head of Market Strategy di Swissquote) Yann Quelenn (analista di Swissquote)

 

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