T. Rowe Price. Come scovare l’“oro” nascosto nell’azionario USA. Articolo di Nick Samouilhan

La Borsa di Wall Street a New York

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Se l’accesso a un fiume, a un porto o a un’altura strategica sono le premesse tradizionali su cui sono state fondate le città, un ristretto numero di esse ha origine da un’attrattiva ben più basilare: l’oro. Johannesburg è tra queste: un’estesa e animata metropoli fondata durante una delle più grandi corse all’oro della storia. Fino a tempi recenti, si poteva trovare un segno evidente di questo passato nelle più di 200 montagnole – alcune delle quali alte oltre 100 metri – costituite da terra che era stata accuratamente setacciata per trovare ed estrarre l’oro presente al suo interno. Queste montagnole erano l’unico segno visibile rimasto dell’industria mineraria che ha dato origine alla città per poi spostarsi altrove: i minatori infatti se ne sono andati da tempo, alla volta del deserto mongolo, della giungla peruviana e delle montagne libiche, alla ricerca di depositi auriferi inesplorati e meno sfruttati.

Ora anche la maggior parte di queste discariche minerarie non esiste più, rimpiazzata da complessi residenziali o centri commerciali. Ma non è stato lo sviluppo urbano a rimuoverle: è stata una generazione di cercatori d’oro più efficienti. Infatti, sebbene molti minatori, in decenni di lavoro, avessero laboriosamente estratto il metallo giallo presente nella terra delle montagnole, esse contenevano ancora una grande quantità di oro, oltre 100 tonnellate. Come è possibile che una simile ricchezza fosse stata tralasciata?

La risposta è semplice: questo oro per essere estratto richiedeva maggiori risorse e competenze rispetto a quelle cui avevano accesso la maggior parte dei minatori. Quello che è avvenuto, quindi, è che mentre cercatori d’oro meno avanzati si sforzavano di trasportare l’attrezzatura attraverso dense giungle e aridi deserti, i minatori più attrezzati hanno potuto estrarre efficientemente tonnellate su tonnellate di metallo prezioso dal cuore di una città moderna.

Capita spesso di sentire investitori che dicono di essere esposti tramite fondi attivi ai Mercati Emergenti – ad esempio – e tramite invece fondi passivi al mercato USA. La logica sottostante è quasi sempre questa: è disponibile così tanta ricerca sul mercato statunitense da rendere impossibile la generazione di alpha per i gestori attivi, mentre i mercati più esotici sono meno esplorati e quindi più ricchi di opportunità di extra rendimenti. È un ragionamento comprensibile, ma non lo condivido nella sostanza: solo perché il mercato statunitense è già stato accuratamente setacciato, non significa che non vi sia più oro. Semplicemente, il metallo rimasto è più difficile da trovare.

Ad esempio, considerando il mercato azionario USA, probabilmente il più studiato e seguito al mondo, un’analisi della nostra performance negli ultimi 20 anni mostra che tutte e 18 le nostre strategie azionarie statunitensi hanno generato un extra rendimento al netto delle commissioni a 1, 3, 5 e 10 anni. Come è possibile generare alpha da un terreno già così ben esplorato? Sono necessarie risorse e conoscenze. In particolare, è grazie alla nostra profondità di ricerca che siamo stati in grado di individuare ed estrarre la polvere d’oro nascosta nel mucchio di sabbia.

Vale la pena tenere a mente questo aneddoto quando si cerca di capire dove essere attivi e dove no. Sebbene vi sia sicuramente dell’oro nascosto nella profondità della giungla o in mezzo al deserto, estrarlo in modo costante ed efficace è molto difficile. I mercati esotici, sebbene meno frequentati di quello statunitense, soffrono di molti problemi che li rendono meno stabili e prevedibili. Come nel caso dell’oro, non bisogna limitarsi ai luoghi esotici: un approccio sofisticato potrebbe permettere di trovare quello di cui gli altri non si sono accorti in posti già ben esplorati.

Nick Samouilhan, Solutions Strategist, EMEA, T. Rowe Price

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