Russell Investments. Investire oggi nei private markets? Con l’approccio multi-manager. Commento di Brett Deits

mercati-finanziari-FILEminimizerInvestire nei private markets è inevitabilmente complesso. Le difficoltà diventano ancora più evidenti se si inquadra questo universo d’investimento da una prospettiva globale. I nostri clienti istituzionali hanno mantenuto un grande interesse nei buyout middle-market in Nord America ed Europa, nelle strategie settoriali specifiche e nel venture capital (soprattutto negli Stati Uniti, con un interesse crescente in Asia e una ripartenza della domanda in Europa). D’altro canto, abbiamo registrato un minor interesse nei confronti delle opportunità offerte dai mercati privati emergenti e una maggiore cautela nei confronti del Regno Unito e dell’Eurozona, vista l’incertezza sull’impatto della Brexit. Questa difformità a livello internazionale dimostra che permangono dei punti di attenzione. Per investire nei private markets sono indispensabili esperienza, consapevolezza, capacità di controllo e di accesso alle opportunità.

Osserviamo un aumento del grado di complessità nelle strutture patrimoniali, vulnerabilità settoriali, cambiamenti normativi ed eventi geopolitici. Prestiamo inoltre particolare attenzione ai prezzi, in quanto i multipli di acquisto hanno superato i livelli precedenti la crisi finanziaria globale del 2008. I private markets hanno raggiunto un nuovo picco congiunturale? Data l’estrema eterogeneità del mercato globale, la risposta è ben più complessa di un semplice sì o no. Pertanto, continuiamo a investire significativamente nella ricerca e nella due diligence su tali tematiche, segmento per segmento, regione per regione, strategia per strategia e, ovviamente, gestore per gestore.

Un’area specifica di crescita riguarda il “private debt”. A questo proposito, bisogna rilevare un trend particolarmente significativo: nel 1994, la quota di mercato di leveraged loan detenuta dalle banche estere e nazionali era del 71%. Nel 2017, tale percentuale è scesa ad appena il 9%, con il restante 91% coperto da società e fondi non bancari. In altre parole, negli ultimi 24 anni il peso del credito privato è passato dal 29% al 91% rispetto al totale del mercato dei leveraged loan. Riteniamo che ciò possa rappresentare un’importante opportunità d’investimento, in grado di aiutare gli investitori a colmare il divario nei loro obiettivi finanziari di lungo termine.

I clienti istituzionali orientati ad effettuare investimenti “income” hanno mostrato un crescente interesse nei “private markets”, specie nel “private debt” e nelle opportunità ad esso correlate, sia sul versante societario che su quello dei titoli garantiti da collaterale. Riteniamo che gli Stati Uniti restino il mercato del debito privato più profondo, seguiti dall’Europa, con il numero di gestori asiatici specializzati in debito privato di calibro istituzionale che continua ad aumentare. Sul fronte degli strumenti garantiti da collaterale, gli immobili offrono il più ampio ventaglio di opportunità, mettendo a disposizione degli investitori anche veicoli aperti, a differenza di molti altri segmenti dei mercati privati.

Per certi versi, investire nei private markets sta diventando più facile. L’efficienza sta raggiungendo livelli tali che i fondi di secondario e le acquisizioni potrebbero aiutare gli investitori ad accelerare la loro esposizione all’asset class, ridurre le commissioni e incrementare la liquidità. Crediamo che il private equity sia il segmento più maturo dei private markets, benché anche le strategie basate su asset reali (principalmente immobili, infrastrutture ed energia) stiano diventando sempre più efficienti. L’uso della leva sia a livello di fondo che di transazioni è aumentato, dunque è essenziale che gli investitori comprendano i fattori di traino e i rischi insiti nei rendimenti attesi nel valutare tali opportunità.

Malgrado il succitato aumento dell’efficienza e della maturità di quest’area, investire nei private markets è inevitabilmente complesso, pertanto è confortante sapere che anche gli approcci multi-manager come il nostro continuano a specializzarsi e ad affinarsi. A nostro avviso, i gestori più abili devono essere in grado di offrire ai loro clienti le seguenti risorse:

Un approccio basato su un’architettura aperta per reperire i migliori rendimenti netti corretti per il rischio. Questa strategia dovrebbe essere abbastanza ampia da ricomprendere fondi multi-manager, fondi secondari e fondi primari, nonché investimenti come le acquisizioni secondarie e i co-investimenti;

Analisi del valore relativo, al fine di perseguire le opportunità migliori, non a livello teorico ma date le circostanze attuali del reale contesto di mercato;

Capacità di individuare i migliori gestori e fondi disponibili. Non tutte le opportunità offerte dai private markets valgono il rischio che comportano. Una società di gestione deve disporre di una profondità e un rigore della ricerca atti a individuare solo le migliori opportunità, astenendosi dallo sprecare i nuovi capitali in mancanza di una forte convinzione;

Capacità di “underwriting” adeguate. Tutti i segmenti continuano a offrire opportunità interessanti. Ma visti l’elevato grado di competizione sulle operazioni, i tassi d’interesse contenuti e le svariate migliaia di fondi interessati a raccogliere capitali, è più importante che mai riuscire a selezionare opportunamente gestore, strategia e mercato per puntare a rendimenti superiori.

In linea generale, i private markets offrono a nostro avviso opportunità sostanziali. Il ritmo della crescita di questi strumenti inciderà inevitabilmente sul modo con cui gli investitori costruiranno i loro portafogli nei prossimi anni. Crediamo inoltre che gli investitori di lungo termine sceglieranno attentamente le società di gestione a cui affidarsi per essere certi di beneficiare delle migliori opportunità, mentre sono intenti ad affrontare i rischi connaturati a questo settore complesso, globale e in costante evoluzione.

Brett Deits, Private markets portfolio manager da Russell Investments

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