Il finanziamento partecipato in salsa italiana. Le luci e le ombre nella testimonianza di Mario Bucolo intervistato da Giambattista Pepi

 

Mario Bucolo è CEO & Founder di PhotoSpotLand. E' un imprenditore seriale, esperto in marketing, comunicazione e social media. Dal 2007 fotografo professionista vincitore di diversi premi internazionali.

Mario Bucolo è CEO & Founder di PhotoSpotLand. E’ un imprenditore seriale, esperto in marketing, comunicazione e social media. Dal 2007 fotografo professionista vincitore di diversi premi internazionali.

Le differenze tra Stati Uniti e Italia sono abissali. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito apri una società con 50 sterline o 800 dollari, in Italia costi alti e burocrazia asfissiante. Il regolamento Consob? Un fallimento. Dietro la nascita delle startup le manovre degli speculatori. Il punto più critico? La necessità che almeno il 5% della raccolta sia garantita da un investitore istituzionale è un “pizzo”. Molti ragazzini si improvvisano startupper ma vanno a sbattere perché le idee non bastano. Il finanziamento partecipato è una leva per la nascita e lo sviluppo delle startup?

Assolutamente si. Sta concretamente contribuendo alla nascita di tantissime startup.

Questo nuovo strumento è stato previsto dall’articolo 30 del decreto legge n. 179 del 18 ottobre 2012 (cosiddetto “Decreto crescita bis” convertito con modificazioni nella legge n. 221 del 17 dicembre 2012).

Si tratta del cosiddetto rapporto “Restart Italia” scritto da un gruppo di professionisti, alcuni indipendenti ma alcuni palesemente legati ad alcuni centri di potere del sistema startup. Proprio il discorso crowdfunding è stato impostato in tale rapporto, affidandone la regolamentazione alla Consob che si è trovata questa patata bollente da gestire senza averne una sufficiente visione moderna.

E’ un’innovazione che può favorire la crescita del mercato dei capitali, che è ancor troppo ristretto in Italia, dove i due terzi del credito delle imprese passa attraverso il canale bancario?

Assolutamente si ma purtroppo, per come è stato regolamentato dalla Consob si presta a creare più problemi che vantaggi. Mantenendo le banche sempre in gioco…anzi spesso arbitri.

 

Cinque anni dopo l’avviamento, il 34% delle startup italiane è in default, negli Stati Uniti siamo al 50%. Quali differenze coglie tra le legislazioni e i mercati dei due paesi?

Enormi. Intanto – per definizione – una startup deve essere scalabile, cioè il modello di business deve essere facilmente applicabile in ogni parte del mondo. Per definizione quindi una startup deve affacciarsi ed orientarsi su un mercato internazionale, neanche quello americano basta, pensiamo a Facebook con il suo miliardo di utenti. Quando gli investitori internazionali non si scompongono se gli si propongono oltre 150milioni di potenziali utenti, considerando il numero abbastanza ridotto, si capisce facilmente come è d’obbligo rivolgersi subito ad un mercato internazionale.
Sul discorso legislazione siamo lontani anni luce da Stati Uniti e Regno Unito. Se qualcuno cerca investitori stranieri, con una Società a responsabilità limitata, troverà solo porte chiuse. All’estero sono terrorizzati dalla burocrazia italiana. Ma anche a livello di costi siamo alla pura follia, creare una Società a responsabilità limitata in Italia, pur con tutte le nuove caratteristiche varate nelle scorse settimane, vuol dire mettersi dentro già migliaia di euro in costi passivi. Tasse dirette, indirette, contributi INPS (pura follia), attività notarili, difficoltà ad operare in termini si azioni e non di mere percentuali (come si fa nel Regno Unito e negli Stati Uniti) etc. Per non parlare che dopo aver creato un SRL metterla in liquidazione è quasi impossibile e costosissimo in termini di risorse temporali ed  economiche. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti apri una società con 50 sterline o 800 dollari (2.500 dollari negli Stati Uniti, nel costo è compresa la consulenza di un avvocato per prevenire eventuali errori), non si hanno problemi e costi di notai, si possono distribuire azioni e non mere percentuali e tutta una serie di ulteriori vantaggi. C’è chi cerca di far terrorismo con l’esterovestizione ma è cosa assurda. Anzitutto perché chi fa una startup all’estero lo fa perché è all’estero che trova mercato, clienti, partner, investitori e così via e quindi se fa una società estera e poi non va mai all’estero non è accusabile di esterovestizione ma di palese idiozia. L’altro perché l’esterovestizione prelude ad un potenziale tentativo di elusione sulla tassazione. Personalmente mi auguro di pagare tasse, con doppia imposizione, negli Stati Uniti ed in Italia, questo vorrebbe dire che la startup va in utile, e per una startup la cosa è lunga e difficile anche perché gli utili si reinvestono subito in ricerca, sviluppo e mercato. Per il resto i dati sono quelli, certo, infatti il problema principale sono i team e la capacità di execution. Vedo troppi ragazzini che si improvvisano startupper e troppi incubatori/acceleratori  che li spingono a farlo. Però, a parte poche eccezioni, sono poi startup destinate a fallire perché mentre l’idea la puoi sostituire, il team e le capacità dei componenti sono quelli, e molti vanno a sbattere sulle loro stesse incapacità manageriali.

In genere le startup fanno affidamento per finanziarsi ai risparmi familiari (laddove disponibili) sotto forma di equity o di finanziamento dei soci. Una delle chiavi di successo di una startup è tenere i costi bassi e non indebitarsi troppo.

PhotoSpotLand stand al TechCrunch Disrupt di New York 2013. Sulla destra Mario Bucolo, CEO, a sinistra Mirko Santangelo Chief Designer Officer

PhotoSpotLand stand al TechCrunch Disrupt di New York 2013. Sulla destra Mario Bucolo, CEO, a sinistra Mirko Santangelo Chief Designer Officer

Il ricorso ai cosiddetti Friends and Families (F&F) si fa in una fase assolutamente inziale, quasi embrionale dell’idea/progetto. E in quella fase non si da quasi mai equity, di solito si applica una via di mezzo tra prestito e convertible note. Poi interviene il crowdfunding. Il segreto, ha ragione, è mantenere bassi i costi.

 

Cosa ne pensa del Regolamento della Consob?

Un disastro, probabilmente un fallimento annunciato. Intanto ci sono fortissimi interessi dietro questo regolamento: dai fondi pubblici alla considerazione che ad esempio, se 200 campagne di crowdfunding avessero successo in Italia, altrettante startup sfuggirebbero al controllo di molti che sulle startup stanno cercando di costruire, per mestiere, centri di potere ed influenza. Ma anche semplici investitori. In pratica rischierebbe di saltare tutta la fascia di seed investment (dove le speculazioni in term sheet sono al massimo livello) perché le startup avrebbero la loro indipendenza. E questo non va bene a molti.Pecche del regolamento sono la necessità di avere già una società costituita (che peraltro passi le forche caudine dell’omologazione come startup innovativa – altra follia italiana che – a tali condizioni – non avrebbero permesso ad Apple, Microsoft e Facebook di esser considerate tali) quindi con spese già in preventivo ed enormi difficoltà per metterle in liquidazione in caso di insuccesso della campagna. Basterebbe obbligare a costituire la società al buon fine della campagna di crowdfunding e prima, ovviamente, di ricevere i fondi. C’è poi il pastrocchio combinato con i limiti del Mfid, esentati solo per investimenti di 500 euro a persona e con un limite di 1000 euro l’anno di investimento. Veramente una follia.
Ma torniamo al punto più critico, controverso ed assurdo. La necessità che almeno il 5% della raccolta sia garantita da un investitore istituzionale (banche, assicurazioni, finanziarie, fondi di investimento, SGR, incubatori, acceleratori) che comunque nel 2012 devono aver fatto determinate operazioni (cosa che rafforza l’essersi scritto su misura il regolamento poi sottoposto a Consob). Si tratta di un vero e proprio pizzo. Si raggiungeranno casi assurdi dove la campagna sarà completa al 95% (ed anche di più come capita in molti casi) ma magari la si dovrà abbandonare per non trovare il fondo che ci mette il restante “pizzo” del 5%. A questo punto si paventa il serio rischio di essere soggetti a vere e proprie estorsioni in colletto bianco (attraverso pesanti terms sheet o con obbligo di posti nei consigli d’amministrazione). Oppure bisognerà trovarsi la raccomandazione, l’amico dell’amico etc. Poi gli investitori istituzionali italiani di certo non eccellono in velocità di esecuzione, c’è il rischio che una campagna di crowdfunding duri 6/9 mesi solo per recuperare il 5% finale. Ma sorgono anche problemi pratici, mettiamo si conducano 200 campagne di crowdfunding (negli ultimi mesi le società di crowdfunding in Italia sono sorte come funghi, una quarantina, forse più che negli Stati Uniti e nel Regno Unito messe insieme) come potranno essere gestiti gli interventi del 5% da parte degli investitori istituzionali italiani? Finora tra incubatori e fondi possiamo considerare 10/15 operatori che hanno fatto 3/5 operazioni di funding l’anno (peraltro alcuni proprio per questi limiti potrebbero non rientrare nei parametri stringenti chiesti da Consob). Come riusciranno a tenere e a gestire sia economicamente, sia a livello di gestione (personale, consigli di amministrazione, controlli, due diligence, valutazioni etc) un gran numero di richieste? Praticamente triple o quadruple l’anno.
Alcuni tentano di giustificare questo “pizzo” come a garanzia del progetto presentato, così che i piccoli investitori possano fidarsi. Assolutamente errata come giustificazione, infatti il 5% è richiesto a completamento dell’offerta, se un progetto riuscisse già ad attrare tutto il capitale necessario a quel punto di quale fiducia dovrebbe trattarsi? Già c’è chi ha creduto nel progetto fino al 95% e spesso oltre. Forse la cosa avrebbe avuto senso nella prima stesura del regolamento Consob, quando era previsto che si potesse applicare per le campagne solo previo un investimento professionale del 5%, a quel punto tali giustificazioni potevano valere anche se la difficoltà sarebbe stata enorme per le startup, a parte che poi gli investitori privati si sarebbero lecitamente chiesti “ma perché un investitore professionale ci ha investito solo il 5%?”. Troppi interessi purtroppo girano in questo settore, per garantire una vera liberalizzazione.

Le criticità e le obiezioni che lei solleva sono condivise? Ritiene che il legislatore dovrebbe intervenire per correggerle?

Sono condivise da tutti gli startupper d’Italia, come si può rilevare dai vari forum o gruppi su Facebook (uno conta ben 12mila iscritti, tutti addetti del settore). Chi gioisce sono coloro molto vicini ad incubatori e fondi vari che si leccano i baffi per le occasioni che potranno crearsi, fondi pubblici compresi. Il legislatore dovrebbe intervenire sui costi delle società, sulle modalità e costi di liquidazione, sul regolamento del CF, ma soprattutto dovrebbe imitare la Gran Bretagna dove la norma SEIS sta creando un vortice di finanziamenti. Il SEIS nasce per promuovere il finanziamento degli angel alle startup. Chi investe nelle early stage startup riceve dall’ufficio tasse inglese un assegno col il 70% dell’investimento effettuato, ovviamente in relazione alle tasse pagate.

 

 

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1 Response to Il finanziamento partecipato in salsa italiana. Le luci e le ombre nella testimonianza di Mario Bucolo intervistato da Giambattista Pepi

  1. rocha scrive:

    Ciao Sir / sir
    Un piccolo messaggio che indica che la maggior parte degli istituti di credito sono truffatori. Aver vissuto e sofferto io so di che cosa parlo. Mi hanno ingannato più volte. Ho davvero pensato più parlare finanziatori prima ho incrociato con la signora Rocha Dassilva lei mi ha dato un prestito di 20.000 euro in meno di una somma semaine.Une devo rimborsare entro 2 anni con un tasso del 2,5%. Grazie ad esso sono stato in grado di espandere la mia piccola impresa e sarei per sempre grato per questo. Quindi, se anche voi siete alla ricerca di un prestito e non una truffa, si prega di scrivere al seguente indirizzo. Posso testimoniare che ci sono ancora qui in Italia finanziatori veri che vogliono aiutare. Non esitate a contattarla. IT è molto completo e fornisce prestito di 2.000 euro a 500.000 euro con un tempo ragionevole per l’remboursement.voici il suo indirizzo e-mail:
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      NB: vi consiglio di diffidare di offerte sulla rete così come notizie. Per leggere il 90% di questi annunci sono fraudeuses.

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