Un’Italia Presidenzialista: ecco ciò che serve al Paese per avere governi stabili

Secondo lo storico Galli della Loggia, solo uno Stato guidato da un Presidente eletto direttamente dal popolo e un sistema elettorale uninominale a doppio turno come in Francia eliminerebbe per sempre le crisi politiche  e garantirebbe stabilità e durata agli esecutivi. Ma difficilmente potrà realizzarsi perché nessuno lo vuole

Secondo lo storico Galli della Loggia, solo uno Stato guidato da un Presidente eletto direttamente dal popolo e un sistema elettorale uninominale a doppio turno come in Francia eliminerebbe per sempre le crisi politiche e garantirebbe stabilità e durata agli esecutivi. Ma difficilmente potrà realizzarsi perché nessuno lo vuole

di Giambattista Pepi. “All’Italia servirebbe una Repubblica Presidenziale perché la forma di governo parlamentare è in crisi. Solo uno Stato guidato da un Presidente eletto dal popolo garantirebbe la stabilità e la continuità dell’azione di governo e spazzerebbe via per sempre le crisi politiche che hanno contraddistinto la storia politica del secondo dopoguerra”. E’ questa, secondo Ernesto Galli della Loggia (ordinario di Storia contemporanea all’Istituto italiano di Scienze Umane di Milano ed editorialista del Corriere della Sera) la madre di tutte le riforme che il nostro Paese dovrebbe fare  per risolvere, una volta per tutte, la questione della formazione e della durata dei suoi governi. Nell’intervista a Finanzalternativa.it lo studioso sostiene, però, che raggiungere questo obiettivo è molto difficile. “Il problema – spiega – è che per far nascere uno Stato Presidenziale, come quello francese, occorrerebbe modificare in maniera profonda la Costituzione Repubblicana. Si tratta di eleggere il Presidente con voto popolare e di conferirgli poteri di Governo. Ma credo che oggi nessuno voglia effettivamente rinunciare alla forma di governo parlamentare pur riconoscendone i limiti”.

Da quanto abbiamo visto nelle ultime settimane, secondo lei la forma di governo parlamentare è in crisi?

“Sì, ma non in questa fase, che è quella della preparazione del Governo. Tutti i gruppi parlamentari formatisi dopo le elezioni politiche del 4 marzo sono stati ricevuti dal Presidente della Repubblica ed hanno espresso il loro punto di vista. La novità piuttosto consiste nel fatto che questo punto di vista non era più quello abituale del passato: indicare una personalità a cui affidare il Governo. Il Presidente della Repubblica ha accolto, come da prassi, l’indicazione di un nome e di un procedimento. Un procedimento durato molto più di quel che si prevedeva in un primo momento nel tentativo di trovare un accordo tra il Movimento 5 Stelle e la Lega. La trattativa si è conclusa positivamente e, a questo punto, Mattarella ha raccolto l’indicazione del nome della persona che le due formazioni politiche ritengono idoneo a guidare l’Esecutivo: una persona di completa ed esclusiva fiducia dei due contraenti parlamentari del contratto di governo. Questa figura di candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri è un’assoluta novità. E’ in questo “pezzo” del processo di formazione del Governo che c’è una diversità rispetto alla prassi e al passato”.

Una prassi determinata anche dal fatto che le elezioni hanno cambiato il volto del Parlamento?

“In Parlamento, in una posizione maggioritaria, non  minoritaria come nel recente passato, ci sono forze politiche nuove, mentre altre sono sparite oppure sono state fortemente ridimensionate alle recenti elezioni ed oggi sono all’opposizione: o per scelta (Pd e LEU), o per scelta e necessità (Forza Italia e Fratelli d’Italia). Formazioni politiche come M5S sono scaturite da movimenti politici con un forte sostegno dell’opinione pubblica, ma non hanno niente a che vedere con i partiti tradizionali. Quelli per intenderci della cosiddetta Prima Repubblica. Quei partiti  avevano una vita che si svolgeva nelle sezioni, nelle assemblee e nei congressi. Si articolava a livello di comune, di regione e prevedeva un cursus honorum. Tutto questo non esiste più. Il nuovo modello di partito fa sì che i parlamentari siano direttamente designati dai capi dei partiti. Quindi i parlamentari non hanno più, come quelli del passato, una vita autonoma. Sono nominati dal segretario del proprio partito. Fu Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, il precursore della forma moderna del partito, dove i parlamentari dipendono dal capo del partito, perché li metteva nelle liste e li faceva eleggere. Erano e sono pertanto legati a lui da un rapporto di fedeltà e di sottomissione senza nessuna autonomia e libertà di azione: sono meri esecutori della volontà del leader”.

Durante la Presidenza di Giorgio Napolitano, il Governo politico di Berlusconi fu costretto a dimettersi e venne sostituito dal Governo Monti “pilotato” dal Quirinale che se ne fece garante sia all’interno del Paese, sia in Europa. Stiamo assistendo ad una mutazione lenta della forma di governo da Repubblica parlamentare a Repubblica presidenziale?

“Al contrario. Da una Repubblica che aveva assunto caratteri presidenzialistici, durante il settennato di Giorgio Napolitano, siamo ritornati nell’alveo di una Repubblica parlamentare, quella attuale, dove il Presidente della Repubblica ha un ruolo aderente alla Costituzione. Il nuovo Governo che sta per nascere non si può considerare come un Governo del Presidente, come era invece quello di Monti”.

Ma non c’è stata una “forzatura” da parte Mattarella nei confronti di M5S e Lega? O fate il governo voi, oppure lo faccio io, sia pure “tecnico”?

“Sì, ma sarebbe stato un Governo a termine. Ma anche ammettendo che avesse dato vita ad un Governo tecnico, comunque sarebbe stato di ben altra natura e sarebbe nato con un altro scopo, rispetto a quello di Monti cui diede vita Napolitano. C’è, quindi, una differenza tra chi operava in una logica presidenzialistica, come Napolitano, e chi, invece, è il caso di Mattarella, opera nell’ambito delle prerogative ma pur sempre all’interno di una forma di governo parlamentare. I presupposti su cui nacque l’esecutivo Monti erano diversi da quelli che sarebbero stati alla base dell’eventuale governo istituzionale o di tregua di Mattarella”.

La Consulta ha avuto a cuore nella sentenza n. 37 del 2017 con cui ha dichiarato incostituzionale il ballottaggio della legge elettorale la rappresentatività come  valore imprescindibile in una democrazia. Non pensa che lo sia anche la stabilità? In fondo è ciò che manca in Italia dal dopoguerra?!

“La Corte Costituzionale nella sentenza n. 37 del 2017 ha riconosciuto come incostituzionale la previsione contenuta nella legge elettorale secondo la quale se un partito alle elezioni avesse preso il 14,5% dei voti avrebbe avuto assegnato un premio di maggioranza tale da avere il controllo assoluto del Parlamento, violando in modo abnorme il principio della rappresentatività. E’ ovvio che ogni sistema maggioritario è fondato sul vulnus del principio di rappresentatività, ma in quel caso era eccessivo. La Corte Costituzionale pronunciandosi sulla legge elettorale di tipo maggioritario, si è preoccupata di salvaguardare il principio della rappresentatività, mentre non era chiamata a pronunciarsi sulla stabilità, perché nella Costituzione repubblicana non è un valore che deve essere preservato”.

Superare il Rosatellum sembra essere uno degli obiettivi da perseguire durante la legislatura visti i suoi esiti infausti alle elezioni del 4 marzo. Ritiene che oltre che modificare il sistema elettorale, occorrerebbe introdurre qualche modifica costituzionale utile per evitare nuove crisi politiche?

“Sono favorevole ad una Repubblica presidenziale. Propendo per una legge elettorale con collegi uninominali a doppio turno come in Francia. Sicuramente, se avessimo avuto un Presidente eletto direttamente dal corpo elettorale, non avremmo avuto alcuna crisi politica”.

Lei dunque ritiene che instabilità e crisi politiche di cui l’Italia ha sofferto dal secondo dopoguerra ad oggi sarebbero spazzate vie con una Repubblica presidenziale?

“Sì, ma per far nascere una forma di Stato Presidenziale, occorrerebbe modificare in maniera profonda la Costituzione Repubblicana. Si tratta di eleggere il Presidente con voto popolare e di conferirgli poteri di Governo. E’ un regime profondamente diverso da quello parlamentare. Ed è difficile da realizzare”.

Diciamo che l’Italia dovrebbe guardare alla Francia come modello?

“Sì, il modello è quello della Quinta Repubblica francese”.

E’ un’ipotesi di studio?

“E’ un’opinione, ma credo che nessuno abbia seriamente intenzione di condividere questa posizione, di muoversi verso questa prospettiva”.

Quali sarebbero o potrebbero essere i vantaggi o i benefici se passassimo da una Repubblica parlamentare ad una presidenziale?

“Il vantaggio maggiore sarebbe la stabilità politica. Il Presidente della Repubblica francese è eletto ogni cinque anni e per tutto questo periodo governa il suo Paese. Non vi è alcuna possibilità di crisi politiche. Solo nel caso in cui venisse formulata e formalizzata nei suoi confronti l’accusa di alto tradimento, si può metterlo fuori gioco”.

 

 

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