Cina. L’intervento di Pechino, l’Africa e i migranti. Commento di Michele Geraci

Professore di Finanza alla Business School dell’Università di Nottingham e all’Università di Zhejiang, Michele Geraci è anche responsabile del Programma dell’Istituto di Politica dell’Università di Zhejiang.

Professore di Finanza alla Business School dell’Università di Nottingham e all’Università di Zhejiang, Michele Geraci è anche responsabile del Programma dell’Istituto di Politica dell’Università di Zhejiang.

La Cina sembra stia abbandonando uno dei suoi principi cardini di politica internazionale: la non interferenza con gli affari interni degli altri Paesi. Le ultime notizie riportate parlano di uno spiegamento in Africa di personale peacekeeping (2.000 unita’) e di investimenti diretti per uno stock totale di 170 miliardi di dollari. Fino al 2000 il coinvolgimento della Cina in Africa era praticamente nullo, ma il quadro e’ cambiato negli ultimi vent’anni, così come e’ stato, del resto, nei confronti di tanti altri Paesi. Nonostante i media riportano con grande fanfare queste notizie, in realtà non c’è un cambiamento repentino nella politica internazionale cinese. La Cina, da ormai 40 anni, utilizza il modello del ‘crossing the river by feeling the stones”, un passo alla volta, ideato e promosso dall’allora leader Deng Xiaoping. Questo metodo non consente variazioni repentine, ma si basa piuttosto su una serie di tentativi, di prove che, all’inizio restano limitate. In seguito, una volta verificato il successo, tali politiche vengono poi estese in altre aree geografiche e da interventi temporanei possono quindi trasformarsi in politiche di lungo termine. Un principio cardine applicato sia all’economia sia alla politica internazionale. La Cina continua a provare, da anni, prima in Asia, poi in Sudamerica, poi in Africa modalità di engagement con altri paesi. La Cina ha sempre più bisogno di materie prime e ha necessita’ di esportare parte della capacità produttiva in eccesso che la domanda interna non soddisfa ed espande lentamente il proprio raggio di influenza. In Africa, il tasso di povertà è rimasto invariato per mezzo secolo, se non addirittura aumentato negli anni ’90. Tenendo conto dell’aumento della popolazione nel continente africano, il numero di poveri e’, praticamente raddoppiato. La Cina vede in questo il fallimento del modello di aiuti dell’Occidente, il modello ‘Bob Geldof’. In Cina, invece, il tasso di povertà è sceso dall’80% degli anni ’70 a circa il 10% attuale negli ultimi vent’anni, equivalente, più o meno, a 500 milioni di persone strappate alla povertà. I dati più recenti provenienti dall’Africa, quelli emersi dopo i primi interventi cinesi, indicano che il tasso di povertà comincia, finalmente a scendere dal 55% del 2000 al 40% attuale e da Pechino si dice: ‘è proprio grazie a noi’. Forse, visto la crisi dei migranti che affligge l’Africa e l’Europa, dovremmo proprio sperare che la Cina abbia ragione e che si riesca, finalmente, a risolvere il disastro economico in cui versa l’Africa. Senza troppi complessi di superiorità.

*Head of China Economic Policy Programme, Assistant Professor in Finance , Nottingham University Business School (NUBS)

 

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