L’Italia ringrazia Trump. Ma il protezionismo rischia di frenare la crescita globale. Intervista con il professore Paolo Manasse

 Professore di Macroeconomia e Politica economica internazionale all’Università di Bologna, Paolo Manasse nella sua carriera ha insegnato all’Università Bocconi di Milano, alla Sorbona di Parigi e alla Johns Hopkins University di Bologna. E’ stato consulente dell’Ocse e della Banca mondiale


Professore di Macroeconomia e Politica economica internazionale all’Università di Bologna, Paolo Manasse nella sua carriera ha insegnato all’Università Bocconi di Milano, alla Sorbona di Parigi e alla Johns Hopkins University di Bologna. E’ stato consulente dell’Ocse e della Banca mondiale

Professore Manasse, da strumento per sostenere la stabilità dei prezzi da usare con parsimonia ed a piccole dosi, la politica monetaria è divenuta negli ultimi anni un’arma pesante cui si fa ricorso in maniera massiccia e per lungo o lunghissimo termine per stimolare la crescita dell’economia. Quali vantaggi e quali rischi corrono le economie dal prolungamento di queste politiche monetarie ultra espansive?

“Non potendo percorrere la strada delle politiche di bilancio e degli stimoli fiscali, una volta scoppiata la Grande Crisi alla fine del 2007 negli Stati Uniti, poi propagatasi nel resto del mondo, non c’era in effetti alternativa alla politica monetaria. I problemi? Il primo problema è che la politica monetaria ha degli effetti asimmetrici sull’economia, cioè è molto più efficace nel frenare attraverso il rialzo dei tassi di interesse, l’inflazione eccessiva, e molto meno efficace è, invece, a generare, un incentivo per l’espansione dell’economia. Questo si è visto perché, da sola, la politica monetaria ha dovuto attendere molto prima di constatare l’efficacia delle misure sull’innalzamento dei prezzi, fino a 1, 1,5% nell’Area dell’euro, ma ancora, come sappiamo, in Italia è tra le più basse tra i Paesi Ue, nel 2016 addirittura siamo finiti anche in deflazione. E’ un meccanismo che funziona male. Dovrebbe funzionare creando un’aspettativa di inflazione che riduca i tassi di interesse reali. I problemi sono che con tassi di interesse così bassi si hanno due effetti: il primo è che si accumula notevole liquidità che rischia tre cose: il rischio di “drogare” i mercati finanziari verso i quali trasmigra parte di questo eccesso di liquidità nell’acquisto di asset provocando con il rialzo costante dei prezzi la formazione di bolle speculative che quando esplodono determinano molti danni; il secondo problema altro è quello della tenuta dei bilanci delle banche, che soffrono molto perché non possono pagare tassi negativi ai depositanti, e nello stesso tempo devono impiegare la raccolta a tassi di interessi piuttosto bassi. E quindi i margini e gli utili si comprimono molto. Il Governo e la Banca centrale tedeschi hanno a più riprese criticato la politica monetaria della Bce perché i tassi di interesse molto bassi favoriscono quei Paesi con elevati debiti e deficit di bilancio disincentivandoli ad adottare misure per la riduzione degli squilibri di bilancio e del debito. Che poi a ben vedere è il problema che attanaglia ancora oggi l’Italia”.

Il Presidente Donald Trump sostiene che il dollaro è troppo forte, mentre le valute di Cina e Giappone sono troppo deboli.  Accusa, inoltre, il Presidente della Bce, Mario Draghi di “manipolare” l’euro. Siamo alla vigilia di una “guerra” valutaria?

“Chi sostiene questo ha un’idea come minimo distorta di come funzionano i mercati finanziari, in generale, e il mercato dei cambi, in particolare. Nel senso che la dimensione dei mercati finanziari e del mercato dei cambi è tale rispetto agli interventi possibili delle Banche centrali da rendere questi interventi irrilevanti se non nella misura in cui riescono con manovre sui tassi di interesse ad influenzare le aspettative dei mercati e degli operatori. Per quanto autorevoli siano, i banchieri centrali come Yellen (Fed) o Draghi (Bce) non sono in grado di poter influire sui cambi delle grandi valute. E’ vero che nel passato alcuni Paesi come la Cina che, però, aveva accumulato delle riserve ufficiali di migliaia di miliardi di dollari è stata in grado attraverso una politica di tassi di cambio sottovalutati di guadagnare in  competitività. Ma questo è stato fatto per anni a costi in termini di riserve ufficiali spese per comprare valuta estere e vendendo ad un tempo yuan, ora questa politica è esaurita. E poi sicuramente sia la Fed, sia la Bce non hanno nel loro statuto nessun compito istituzionale relativo al tasso di cambio”.

Rispetto ai minimi d’inizio decennio, il dollaro ha registrato un rafforzamento, in termini di cambio reale effettivo, di oltre il 20% per effetto soprattutto del crollo di molte valute asiatiche e latino-americane. La Trumponomics rischia di favorire un ulteriore apprezzamento del dollaro. Cosa comporterebbe questo per l’economia dell’Eurozona e dell’Italia che stanno manifestando segni di maggiore vitalità?

“Non c’è dubbio che le politiche annunciate da Trump avranno, se attuate, come conseguenza un forte disavanzo del settore pubblico americano, che sarà finanziato attraverso l’emissione di Treasury. Allettati dall’aumento dei rendimenti, i bond sovrani americani porteranno a un progressivo innalzamento dei tassi di interesse e,dunque, ad una maggior apprezzamento del dollaro. Non c’è dubbio che le politiche di Trump avranno effetti paragonabili a quelli che ebbero le politiche di Reagan. Anche allora il Presidente Reagan ridusse le tasse e sostenne consistenti spese per il rafforzamento dei sistemi di difesa strategica degli Stati Uniti e proprio in quegli anni Ottanta il dollaro si rivalutò del 30-40% in termini reali rispetto al paniere delle principali valute mondiali. La previsione quasi unanime di chi si occupa di queste cose è che le politiche espansive portano inevitabilmente al fortissimo apprezzamento del dollaro, con il deprezzamento delle altre valute e, in particolare, dell’euro. Una circostanza che cadrebbe a fagiolo per l’Italia perché consentirebbe alle imprese italiane che esportano negli Stati Uniti di accrescere ancora di più l’export verso gli Usa e gli altri Paesi dell’area del dollaro. L’Italia, insomma, dall’apprezzamento del dollaro ne otterrebbe, senza colpo ferire, solo benefici aumentando la competitività delle proprie imprese”.

Ma Trump ha già detto chiaramente che adotterebbe politiche restrittive sulle importazioni di prodotti e servizi negli Stati Uniti mediante l’imposizioni di dazi doganali da imprese che non investano negli Usa o da Paesi non graditi, come il Messico o l’Iran per fare qualche esempio.

“Sì. Questa sarebbe un mossa per difendere la competitività delle proprie imprese. Ma costituirebbe un grande rischio per l’economia e gli scambi internazionali perché darebbe origine ad una serie di ritorsioni commerciali che, se si manifestassero, avrebbero sicuramente effetti negativi per la crescita mondiale”.

Da un po’ di anni a questa parte, in coincidenza con l’acuirsi della crisi, alcuni ambienti economici e settori dell’opinione pubblica hanno fatto da cassa di risonanza ad una tesi secondo la quale la debolezza atavica dell’economia italiana e la minore competitività delle sue imprese sarebbero addebitabili all’adozione dell’euro e alla perdita della sovranità monetaria, che non ha più consentito all’Italia di far leva sulla svalutazione della propria moneta come ha fatto in passato con la lira. Qual la sua opinione?

“E’ una semplificazione. La premessa è sbagliata: i problemi dell’Italia non nascono affatto dall’adozione dell’euro. L’Italia accusava difficoltà da prima dell’ingresso nella moneta unica. In effetti verso la fine degli anni Novanta si arresta la crescita della produttività e gli economisti tuttora non sanno ancora darsi una spiegazione convincente di ciò che è avvenuto. E’ vero che in qualche modo l’Italia si trascina dietro fondamentalmente dagli anni Cinquanta una serie di problemi irrisolti che hanno influito negativamente sulla crescita come la corruzione, il carico fiscale, la scarsa competitività dei mercati, a cominciare da quello del credito, la giustizia, la situazione della ricerca e dell’università, che hanno portato alla stagnazione economica. I problemi di cui soffriva l’Italia erano resi meno appariscenti dall’uso della “droga”, cioè le svalutazioni competitive che tutti i Governi avevano fatto per avere consenso e far vedere che crescevamo ma era un trucco per non affrontare i problemi di carattere strutturale che di fatto strozzavano la crescita economica del nostro Paese. Ma allora queste soluzioni potevano andare bene oggi non più. Oggi la competitività di prezzo non è il criterio con cui un’impresa riesce ad avere quote importanti di mercato. La seconda cosa è che ormai ci sono dei colossi nel commercio internazionale come la Cina e l’India, nei cui confronti la svalutazione della moneta non basta. La terza è che la struttura del commercio internazionale è molto cambiata: non c’è più un’impresa che produce un bene e lo vende in un altro paese, ci sono imprese che assemblano un bene importando delle componenti da tantissimi altri paesi e poi li rivendono all’estero. Sono quelle che si chiamano “catene dell’offerta” (supply chains). Quindi gli effetti di una svalutazione su queste imprese non dà loro un vantaggio competitivo perché poi devono pagare queste componenti importati di più. E’ cambiato lo scenario mondiale, le imprese sono all’interno di di queste strutture di offerta e in più ci sarebbero altre complicazioni di carattere  monetario. Abbandonare l’euro significherebbe dover ridenominare il debito pubblico in un’altra moneta e con  effetti potenzialmente esplosivi sui mercati finanziari e sul sistema bancario. Scenari anche molto pericolosi per l’intera zona dell’Euro. Questa tesi è proposta da colleghi che hanno scarse conoscenze do economia internazionale e soprattutto da molti politici che addossano ad altri (euro, Europa, Bruxelles eccetera), le nostre colpe. E’ un modo per non affrontare problemi di un sistema molto vecchio e non innovativo, di un mercato del lavoro che non funziona, degli alti livelli della corruzione, dell’eccesso di pressione fiscale e di una spesa pubblica larga e sovente improduttiva. I veri problemi da risolvere sono questi non l’euro”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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