Noi, l’Europa e la Grande Crisi. Intervista con Carmelo Barbagallo, Capo del Dipartimento di vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia

Carmelo Barbagallo

Carmelo Barbagallo

Le “sofferenze” a gennaio si sono attestate a 202 miliardi (10,3% degli impieghi). Nel 2008, prima della doppia recessione, l’incidenza dei crediti deteriorati era del 6%, quella delle sofferenze del 3,8. Pesano sui bilanci e sulla capacità di erogare credito. Cosa ha fatto l’Italia per alleviare questo peso?

“Innanzitutto quando si parla di crediti deteriorati bisogna guardare agli importi netti. L’ammontare delle sofferenze, al netto delle svalutazioni effettuate e delle garanzie che li assistono, è di 83,6 miliardi. Il livello elevato dei crediti deteriorati  frena la capacità delle banche di finanziare l’economia. Adesso il flusso annuo dei prestiti deteriorati si va riducendo, tornando sui valori di metà del 2008. Tra le iniziative intraprese le misure di accelerazione e semplificazione delle procedure fallimentari ed esecutive, la possibilità per le banche di dedurre le perdite su crediti in un solo anno, come accade nel resto d’Europa, e, più di recente, l’adozione di uno schema di garanzia pubblica per la cartolarizzazione delle sofferenze”.

Il Gacs sembra un’ottima soluzione, ma le banche non sono obbligate a partecipare a questo meccanismo e i prezzi che possono realizzare attraverso la cartolarizzazione non sono migliori di quelli di mercato.

“E’ un significativo passo avanti nella creazione di un mercato secondario dei prestiti deteriorati perché pone termine all’incertezza dei mesi scorsi. Lo schema di garanzia pubblica, unitamente al miglioramento delle procedure di recupero, può ora fungere da stimolo alla ripresa del mercato, anche attraverso un più agevole accesso alle risorse finanziarie per l’acquisto dei crediti deteriorati e un possibile aumento dei prezzi di vendita di questi attivi. Guarderei con fiducia alla sua efficacia, che comunque va valutata nel medio periodo”.

Le regole attuali e future prospettano un contesto regolamentare molto sfidante, forti difficoltà nella pianificazione della raccolta e nel capitale per le banche e maggiori vincoli all’accesso al credito bancario per le Pmi (SREP, IFRS, nozione di default, Sme supportino factor, possibile revisione trattamento titoli di Stato). Ma di troppe regole non si rischia di morire?

“La crisi ha reso necessaria una profonda revisione delle norme che regolano il settore bancario e finanziario. Non dobbiamo dimenticare come, all’indomani dello scoppio della crisi, tutti gli osservatori sottolineavano la necessità di rivedere, a livello internazionale, un assetto regolamentare che non era stato in grado di contrastare in modo efficace il proliferare di situazioni di grave patologia. Ciò premesso, condivido l’idea di fondo che non si debba ora cadere nell’eccesso opposto. Non vi è dubbio che l’innalzamento del grado di capitalizzazione degli intermediari negli ultimi anni sia stato necessario per ristabilire la fiducia nella solidità del sistema bancario europeo. Ma la difesa della stabilità finanziaria non può fondarsi solo su richieste aggiuntive di capitale; ne vanno valutati bene gli effetti sulla capacità di offerta di credito a livello di sistema: richieste di capitale eccessive potrebbero infatti retroagire negativamente sulla crescita dell’economia e sulla stessa qualità degli attivi bancari. La Banca d’Italia ha operato e continua a operare nelle sedi internazionali per favorire una calibrazione equilibrata e coerente delle regole prudenziali. Un esempio è il nostro orientamento a mantenere il fattore di supporto per le piccole e medie imprese”.

Regole e controlli sono in grado di far emergere le situazioni di crisi ma mostrano limiti nel contenerle e risolverle. Lo si è visto nei casi delle quattro banche messe in risoluzione.

“La Vigilanza opera per ridurre la probabilità che le crisi si manifestino, ma non può eliminarle del tutto, specie quando si materializzano comportamenti anomali e prassi scorrette nella concessione del credito o più in generale casi di “mala gestio”. Buone regole e attenti controlli possono limitare tali episodi. Le recenti riforme sulle Banche popolari e sulle Banche di credito cooperativo mirano a rafforzare il modello di governance di questi intermediari e ad accrescere la loro  capacità di raccolta del capitale di rischio. Sono cambiamenti importanti, che consentono a questi intermediari di competere in un contesto europeo caratterizzato da profondi mutamenti, migliorandone, in definitiva, la capacità di finanziare l’economia. Posso sicuramente dire che ispezioni frequenti e approfondite, assieme a un’intensa attività di vigilanza nel continuo, hanno evitato il deterioramento di molte situazioni”.

La Direttiva sui salvataggi bancari può minare la fiducia, che costituisce l’essenza dell’attività bancaria. Come restituire fiducia e serenità ai clienti delle banche?

“La scelta del legislatore europeo è stata di evitare che i costi dei dissesti bancari siano sopportati dai contribuenti, come accaduto in molti Paesi durante la recente crisi finanziaria. Per fortuna non nel nostro. Questa scelta contribuisce ad attenuare il legame tra le sorti delle banche e quelle del proprio Stato chiamato a “salvarle”, ma si porta dietro alcuni svantaggi: può acuire i rischi di instabilità sistemica connessi con la crisi delle banche; può, come lei stesso ricorda,minare la fiducia del pubblico. La preoccupazione delle famiglie per la sorte dei propri risparmi, generata dalla risoluzione di quattro nostre banche, non è diversa da quella che si è manifestata in Europa in casi analoghi. Penso che la normativa europea sia stata non sufficientemente attenta soprattutto a due aspetti. Primo, alla rapidità con cui le nuove regole sono entrate in vigore: un cambio così radicale avrebbe richiesto un periodo di transizione più lungo, in modo da far ben comprendere i cambiamenti agli investitori e aumentare le tutele a loro favore. Secondo, alla retroattività delle nuove regole: si è deciso di colpire anche titoli già emessi dalle banche prima che la nuova normativa entrasse in vigore. Bisogna rafforzare, per il futuro, la tutela degli investitori, ad esempio migliorando le informazioni che vengono fornite quando i prodotti vengono venduti e aumentando i presidi sui conflitti di interesse. In parallelo, è necessario anche rafforzare le conoscenze del pubblico in materia finanziaria, in modo da assicurare scelte pienamente consapevoli. La Banca d’Italia dà il suo contributo, anche mediante programmi di educazione finanziaria. Il ritardo del nostro Paese in questo campo dovrà essere colmato mediante uno sforzo congiunto di tutte le istituzioni competenti.

La Commissione Ue ha detto che sulla strada dei salvataggi bancari con risorse dei soci e degli azionisti non si torna indietro. Sulla necessità di modificare la Direttiva BRRD Bruxelles chiude la porta. Secondo lei cosa si dovrebbe fare?

 “Durante i lavori preparatori, la Banca d’Italia aveva segnalato la necessità di stabilire un adeguato periodo di transizione e di identificare con precisione le passività bancarie chiamate a sopportare le perdite, escludendo quelle emesse prima dell’entrata in vigore delle nuove norme. Sarebbe a mio avviso opportuno avviare fin d’ora  una discussione sulla revisione della disciplina europea (già prevista entro il 2018) lungo le linee che già da tempo abbiamo indicato. Andrebbe in tale ambito valutata la possibilità di introdurre strumenti eccezionali di intervento, anche con fondi pubblici, nel caso in cui il sacrificio di azionisti e creditori rischi di accrescere l’instabilità sistemica”.

 

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2 Responses to Noi, l’Europa e la Grande Crisi. Intervista con Carmelo Barbagallo, Capo del Dipartimento di vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia

  1. Nicola Giuliani scrive:

    Attivare dalla sera alla mattina una normativa tragicamente penalizzante per chi avesse sottoscritto ho fosse stato indotto a sottoscrivere obbligazioni subordinate è stata una decisione inconcepibile, poco o per niente. lecita e comprensibile. Porre sul banco degli imputati i protagonisti nazionali ed europei,autori di una tale assurdità, da poter considerare similcriminosa, sarebbe quanto mai opportuno per poter accertare tutte le sottostanti ombrose motivazioni.

    • Giambattista Pepi scrive:

      Ha ragione. L’Italia doveva pensarci per tempo. La Direttiva BRRD avrebbe dovuto essere fatta conoscere per tempo. Poi si sarebbe potuta applicarla, ma in ogni caso mai con efficacia retroattiva, come ha deciso di fare il nostro Governo, per non azzerare i risparmi di chi aveva sottoscritto le obbligazioni subordinate in un’epoca nella quale vigevano regole che non ne prevedevano il mancato rimborso nel caso in cui l’istituto di credito che li aveva emessi avesse avuto problemi.

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